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di C. Alessandro Mauceri

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Si sono appena conclusi gli incontri di Palermo sulla Libia e sui flussi migratori che attraverso il paese nordafricano giungono in Italia e molti, a Roma, hanno parlato di successo. In realtà non sembra che pare che siano molti i motivi per gioire. Innanzitutto gli incontri si sono conclusi senza alcun accordo formale, ed anche la tanto vantata stretta di mano tra al-Sarraj e Haftar non ha molto valore: lo avevano fatto già diversi mesi fa e a quel gesto non era seguito alcun atto concreto. Ma la cosa più importante è che sotto il profilo internazionale continua ad aumentare il numero dei paesi che dichiara di non voler firmare l’unico accordo internazionale che potrebbe fornire una risposta al problema delle migrazioni nel Mar Mediterraneo, in particolare dalla Libia verso l’Italia, ma anche in Grecia, negli Usa dai paesi del centro e sud America e in Africa.
Solo pochi giorni fa, il governo ceco ha dichiarato ufficialmente la propria volontà di non voler sottoscrivere il Patto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sulle migrazioni, denominato “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration” (GCM), ovvero il primo accordo mondiale per definire un approccio comune alla migrazione internazionale in tutte le sue dimensioni. Un accordo peraltro giuridicamente non vincolante che potrebbe diventare il punto di riferimento per delineare una governance dei movimenti migratori. A comunicare la volontà del governo ceco è stato il premier Andrej Babis in una nota all’agenzia Ctk. Secondo Babis il Patto non fornirebbe sufficienti garanzie al paese non distinguendo in modo netto e preciso tra migrazioni legali e migrazioni illegali.
Di diversa opinione Louise Arbor, rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la Migrazione internazionale, il quale ha dichiarato che “L’Unione Europea ora, e ancora di più nei prossimi decenni, dovrà trovare soluzioni immediate per aprire canali legali per apportare forza-lavoro al mercato. É un problema ormai evidente nell’economia di molti Paesi, sia europei che extra-europei, che in futuro si troveranno di fronte ad un deficit significativo delle risorse umane”.
La decisione della Repubblica Ceca è solo l’ultima di una lunga lista di paesi che hanno già fatto sapere di essere contrari a sottoscrivere questo accordo. Primi fra tutti gli Usa, e poi in Europa, Bulgaria, Polonia, Ungheria e Austria. Anche la Svizzera ha detto che non sottoscriverà l’accordo, per ora, ma ha lasciato una porta aperta per il futuro. Il commento dell’ambasciatore americano permanente all’Onu, Nikki Haley era stato chiaro sin dall’inizio: “La dichiarazione contiene disposizioni che non sono in linea con le politiche americane. Per questo il presidente Trump ha deciso che gli Stati Uniti metteranno fine alla loro partecipazione al processo”. Una decisione che non aveva sorpreso nessuno: ad oggi, gli Stati Uniti d’America sono tra i paesi del mondo che hanno ratificato meno accordi delle Nazioni Unite sui diritti umani (solo 5 su 18) e tra questi manca perfino la Convezione sui diritti del Fanciullo, siglata a New York nel 1989, e divenuta l’accordo internazionale più veloce ad entrare in vigore , che gli Usa dopo oltre un ventennio hanno firmato ma mai ratificato.

A rendere più significative queste prese di posizione è proprio il fatto che la sottoscrizione del protocollo delle Nazioni Unite sulle migrazioni, prevista per il 10 e 11 dicembre in occasione della conferenza internazionale di Marrakech, in Marocco, non è vincolante per i paesi sottoscrittori.
Ora, a distanza di tre anni dalla prima proposta di un accordo internazionale per tutelare i migranti (è dal 2015 che si parla di adottare misure per contrastare politiche ostili all’accoglienza dei migranti extra-europei e non solo, e la prima del documento risale al 2016), pare destinata ad un insuccesso se non addirittura al fallimento la decisione del luglio scorso di mettere all’ordine del giorno questo accordo. In quell’occasione fu proprio il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres a sottolineare che “i migranti sono un motore straordinario di crescita”. E in quella sede molti paesi dell’Onu (fatta eccezione per gli Stati Uniti) avevano approvato questo modo di affrontare il problema. Solo pochi giorni dopo però alcuni governi avevano cominciato a defilarsi. Il primo era stato il governo ungherese: il premier sovranista Viktor Orban lo aveva dichiarato apertamente e il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, era andato oltre definendo il documento “estremista”, “contrario al buon senso” e “contro gli interessi del Paese”.
A pochi giorni dalla sottoscrizione ufficiale dell’accordo, sono molti, forse troppi, i paesi che hanno dichiarato pubblicamente di non condividere i dieci principi contenuti nell’accordo, dalla validità illimitata dei diritti umani per tutti i migranti al diritto sovrano degli Stati di definire la propria politica migratoria, e le 23 formulazioni di obiettivi oltre alle misure per il loro raggiungimento. Misure che parlano di protezione dei diritti dei rifugiati e dei migranti, indipendentemente dallo status, di lotta alla xenofobia, di contrasto allo sfruttamento e al traffico di essere umani e alla detenzione di bambini allo scopo di determinare il loro status migratorio. Ma anche di miglioramenti nell’assistenza umanitaria e di aiuti per lo sviluppo dei Paesi più colpiti, oltre ad un maggiore riconoscimento dell’importanza dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Oim.
E chi pensasse che questa decisione sia dovuta ai cosiddetti flussi di “migranti” che arrivano in Europa dall’Africa e da paesi come la Siria o l’Afghanistan o negli Usa dai paesi del centro e sud America, farà bene a ricredersi. Contrariamente a quanto si pensa solitamente, il loro numero è enormemente minore di quello dei migranti che attraversano i confini dei paesi e dei continenti per altri motivi. Non passa giorno che sui giornali non si parli dei flussi di centinaia di persone verso l’Europa o verso gli Usa. Ma i veri migranti sono altri. A confermarlo è l’Unhcr: secondo i dati “ufficiali” lo scorso anno, a migrare sono stati complessivamente 258 milioni di persone. Di queste solo 60 milioni circa lo hanno fatto in fuga da guerre o conflitti armati e solo 28 milioni hanno richiesto di essere riconosciuti come “rifugiati” una volta giunti in un altro paese. Per contro, oltre la metà (150,3 milioni) hanno lasciato il proprio paese in cerca di lavoro o per motivi di studio (4,8 milioni). Numeri che lasciano a bocca aperta se si pensa che in tutta Europa gli arrivi dei migranti di cui parlano ogni giorno i giornali, nel 2018, sono stati poco più 100mila. E quelli che hanno cercato di farlo attraversando il Mar Mediterraneo sono stati poco più di 70mila. Eppure sempre secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite i flussi migratori in entrata “in” Europa hanno riguardato oltre 70 milioni di persone (di cui 9 provenienti dall’Africa!) e di questi 41 sono i milioni di persone che hanno migrato da un paese all’altro del continente europeo.
I migranti sono un numero irrisorio e peraltro non così elevato anche in rapporto alla popolazione dei singoli paesi: basti pensare che nell’Europa occidentale e negli Usa la percentuale dei migranti si aggira su valori che vanno dal 10 al 20 per cento della popolazione. Per contro in Italia o nei paesi dell’Europa orientale, molti dei quali sono proprio quelli che hanno levato barriere e muri e che si sono precipitati a dichiarare di essere contrari alla stipula dell’accordo sulle migrazioni, è ancora più bassa: non arriva neanche al 10 per cento. Altro che invasioni: si tratta di flussi migratori assolutamente fisiologici. E per di più necessari, vista la carenza di manodopera e il calo della popolazione in molti paesi. In altre parole un motivo in più per regolamentare questi fenomeni migratori, invece di dichiarare a priori di voler chiudere le frontiere.
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L’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che in molti paesi europei ma anche oltre oceano le “Unioni” sono solo strumenti per creare certi mercati e che molti modi di gestire fenomeni geopolitici evidenti non sono basati su basi scientifiche o su “numeri” e dati reali, ma su strategie di marketing finalizzate forse a distrarre l’attenzione della popolazione da quelli che sono i veri problemi.